venerdì 28 maggio 2010

”… sei in grado di far suonare la campana!”

.


Prologo

Nel rispetto di quelle persone
passate a “miglior vita” e alla
salvaguardia della privacy di
alcune altre presumibilmente
esistenti, eviterò che nel corso
della narrazione vengano
menzionati i loro cognomi,
di conseguenza milimiterò a
sostituirli con dei pseudonimi
degni di fede. La medesima strategia sarà adottata per l’azienda coinvolta, involontariamente, per l’istituto finanziario e, ove possibile, i luoghi in cui si svolsero i fatti. E sebbene il racconto sia limitatamente romanzato, farò del mio meglio per non stravolgere la veridicità di quanto sto per narrare.

Accadde esattamente nel decennio 1950-60. Avevo 15 anni quando, allo scadere dei 5 anni d’accoglienza, lasciai l’orfanotrofio Salesiano Santa Chiara di Palermo.

Il Signor Trazzera, (don Totò) mio maestro, sia di musica che del settore ebanisteria, Salesiano laico per l’esattezza, porgendomi la mano e stringendomela quasi come se si fosse messo d’impegno a staccarmi il braccio, disse:
«Vai Giovanni, sei in grado di far suonare la campana!» con questo intendeva dire che ero in condizioni tali da poter provvedere al mio sostentamento. Quanto da lui asserito, scaturiva dal fatto che erano i Salesiani, con i loro sacrifici, a provvedere al fabbisogno giornaliero di 140 ragazzi.

Un triennio più tardi, risultavo essere ancora minorenne soprattutto per l’anagrafe; e pur avendo superato la prova d’arte sostenuta al cantiere navale del capoluogo in presenza di eccellenti “cabinet makers”, non venni assunto in quanto “under 21”. Frattanto per disporre di qualche Lira ad utilizzo “Argent de poche”, che mi consentisse di poter andare al cinema la domenica sera, davo una mano a zio Tano, piccolo imprenditore del settore armatoriale da diporto, che nell’approssimarsi della bella stagione, eseguiva il comune rimessaggio ai suoi dieci natanti.

Mi verrebbe, quasi, la voglia di elencarne i nomi! Il lavoro consisteva nel dover calafatare accuratamente tutto il fasciame delle barche e poi secondo i criteri prestabiliti dal maestro, fondati nella più rigorosa osservanza di una ben ponderata linea policroma, venivano dipinte ad olio di lino cotto. Sconfinare fra un colore e l’altro, oppure fingere di non aver notato l’inizio di una scolatura di vernice, sarebbero stati guai seri. Esigente per com’era zio Tano, quel lavoro ci teneva impegnati da marzo a metà giugno.
E nel frattempo, Eolo permettendo, prendevo qualche ora di lezione di vela impartitami da Nino, il figlio maggiore. Confrontarsi con i venti, soprattutto misti e le onde frangenti, era il nostro basilare test di coraggio, che più tardi – se pur continuando ad essere maldestro – m’invogliò a progettare e costruire la mia barca: un Beccaccino classico, a deriva mobile, lungo 5 metri, con 14mq. di superficie velica, fra fiocco e randa, s’intende.

Che, detto senza l’ombra della spocchia, fu valutato inaffondabile. E una valida ragione esisteva: l’interno dei gavoni delle sue fiancate, erano zeppe di palline da ping-pong, (una mia eccellente idea) mentre gli altri due gavoni, (poppa e prora) equamente zavorrate, davano al natante l’ottima tenuta di mare senza che venissero alterate quelle leggi imposte dall’idrodinamica: (fendere le acque con minimo beccheggio e zero rollio).
Non era facile per un principiante affrontare da solo il giro di boa, rallentavo troppo l’imbarcazione, soprattutto quando il vento soffiava di bolina e le acque, proprio in quel tratto di mare noto come il “golfo degli angeli”, non facevano sconto a nessuno.
A quel punto era Nino che prendeva i comandi: il quale con sangue freddo disinseriva la deriva e, mollando le sartie del boma, attuava la sua elegante strambata chiudendo
l’angolo a non più di 37/38°. Furono necessarie un paio di ventose stagioni autunnali, affinché io imparassi questo stratagemma.
Nino, con una barca adeguata, sarebbe stato capace di circumnavigare da solo le acque del pianeta. A soli 15 anni, forse, aveva imparato a comandare imbarcazioni da diporto nelle acque agitate dai forti venti, tanto da esser considerato il più giovane skipper del Mediterraneo.

* * *
1956.
Maturai la maggiore età. E allorquando mi pervenne la cartolina relativa al selezionamento per il sevizio militare non ero in Italia, bensì in giro per l’Europa in autostop. Pertanto, tacciato del disonorevole appellativo di disertore, fui ricercato dalle forze dell’Ordine. Quando 45 giorni dopo feci ritorno a casa, non fu piacevole, credetemi, trovare i carabinieri che mi attendevano. Sottoscrissi a malincuore la diffida, in cui mi veniva imposto di recarmi con urgenza presso gli uffici del Distretto Militare di mia pertinenza.

“La notte porta consiglio”, diceva mia madre dandomi il bacio della buona notte quando i miei problemi erano solo quelli della paura del buio. Poi morì mio padre e in orfanatrofio dovetti imparare a farmi consigliare davvero solo dalla notte. Anche questa volta, affinché ascoltassi in maniera inequivocabile il consiglio che mi avrebbe portato la notte, non chiusi tassativamente occhio, meditando come infliggere il necessario scacco matto ad un paio di persone considerate molto affidabili.

Quasi tutte le mattine incontravo, in autobus, un eccellente viaggiatore: un giovane Prete, Sottotenente Cappellano, il quale si recava all’Università degli Studi del capoluogo. Lo attesi nelle vicinanze della fermata dell’autobus, a pochi passi da Piazza Pretoria, e da lì lo vidi sopraggiungere. Lo seguii a passo sostenuto, pari al suo d’altronde, e da quel momento provai a mettere in atto il consiglio portatomi dalla notte. Mi affiancai dicendogli:«Buongiorno signor Tenente, mi chiamo D’Amico, desidererei parlarle.»«Riveste carattere impellente, la cosa?» rispose lui.
«No, no, oserei dire urgente!» volli fargli osservare, non avendo fatto mai impiego dell’aggettivo impellente.

«Ritroviamoci qui alle ore 11,30» rispose, provando a dare uno sguardo all’orologio posizionato in alto sulla parete centrale del Palazzo delle Aquile. Ebbi la piena convinzione che quell’incontro, più che al caso, era d’attribuirsi ad un segno del destino. Puntuale come l’arrivo dei “treni del Duce”, lo vidi uscire dal portone dell’Ateneo. Io ero lì, con quel foglio in mano, ad attenderlo.

«… Qual è il problema che ti affligge?» esordì con tono rassicurante.«Ecco!» risposi. Mentre gli porgevo copia del mortificante documento che avevo sottoscritto il pomeriggio del giorno precedente. Lui lo divorò con lo sguardo e lì per lì aggiunse:
«Beh, cosa vuoi che faccia!?»
«Gradirei, ove possibile, essere esonerato dall’indossare la divisa militare.» risposi.«Dimmi tu con quale pretesto?» «Con una valida giustificazione, più che un pretesto.» ribadii.

«Intanto, per prima cosa, dovrei salvarti dal carcere militare, poiché, a fronte di ciò che si evince da questo documento, risulti essere disertore, e poi vedremo dove arrivano le mie conoscenze. Sentiamo questa tua valida giustificazione!» «Sono orfano di padre a sostentamento di mia madre e due fratelli.» «Sei il primogenito?»
«No, il secondo.»«Niente da fare!, trattandosi di questi casi la legge prevede che sia il primogenito a beneficiare dell’esonero.» «Ma il fratello maggiore si trova in seminario, e non prima di un quinquennio terminerà gli studi di teologia.»


Annuì, rendendosi conto che sotto non c’era del marcio. Tacque alcuni secondi girando quel foglio fra le mani, poi alzando un braccio, compresi che stava per fermare un taxi. Indi rivoltosi al conducente, disse:
«Al Distretto Militare, Via Quintino Sella.» e come in una partita a scacchi lo vidi costretto ad arroccare la torri.Giunti in loco, chiese del Colonnello responsabile di quel servizio, proprio colui il quale aveva apposto la firma su quell’attestato. Venne bene accolto, e mentre io fui invitato a prendere posto in una sala di attesa, lui varcò la soglia della stanza destinata al più alto in grado: il Colonnello D’Amico. Un puro caso di omonimia. Parlarono a lungo.




Uscì accompagnato da un distinto signore in abito civile, al quale fui presentato e, seduta stante, questi mi sottopose una dichiarazione da firmare. Mi avvidi che si trattava di una domanda di esonero. Firmai felice senza esitare un solo istante.
Giù, all’ingresso dell’edificio, chiesi al giovane cappellano quali decisioni sarebbero state adottate circa il mio comportamento trasgressivo accaduto in totale buonafede.

«Si è tenuto conto di questo, principalmente, e come vedi stai tornando a casa.» rispose. Poi aggiunse: «Entro pochi giorni ti perverrà una lettera proveniente dal tuo distretto. Dopo di ciò, gradirei poter conoscere tua madre e i tuoi fratelli.»
Si accomiatò porgendomi il suo biglietto da visita. Notai che il cognome non era siciliano, come non era siciliano il suo accento. Stava di fatto, però, che senza essersi messo sotto scacco aveva preso a cuore la mia supplica.

Pochi giorni dopo, giunse una raccomandata postale con ricevuta di ritorno, con su impresso “MINISTERO DELLA DIFESA, DISTRETTO MILITARE DI PALERMO”. Fu mia madre ad aprirla. Talmente emozionata da non riuscire a leggere il contenuto. Ero stato esonerato dal servizio di leva con la seguente motivazione:
“Per sostentamento di madre vedova, e dei suoi due fratelli”.
Dopo un primo formale incontro tra mia madre e il tenente cappellano avvenuto in Seminario, la signora D’Amico e i suoi tre figli ebbero il piacere di averlo ospite, a cena, nella propria abitazione.
Frattanto vengo a sapere che ero stato cercato da un portavoce del signor Trazzera. Lo chiamai da un telefono pubblico, e da lì mi fissò un appuntamento in centro città.
Era giunta l’ora di far suonare la campana… Don Totò, stava per farmi ottenere un impiego presso una nascente azienda costruttrice di arredo a livello industriale. Avrei dovuto far parte dell’ufficio “Studi e Progettazioni”.

Ero bravo nel disegno: passavo tra i banchi della classe del mio corso per correggere i compiti di quei compagni, che di bio-architettura, tecnologie del legno e i suoi incastri, prospettiva con relativi punti di fuga, di proiezioni ortogonali, e di disegno geometrico, ne masticavano ben poco. Ma alcuni di loro, non molti in verità, erano dei veri artisti nell’ornato, che con le loro matite sanguigne o carboncini, nel corso di quel quinquennio, crearono autentiche opere d’arte. Il fatto di non dover rispettare (nell’uso del bianco) quelle leggi imposte dalla geometria, – materia, questa, che insegna a ragionare – dava loro ampio spazio e maggiore incentivo al loro straordinario estro.

* * *
…Una mattina fu lo stesso signor Trazzera a presentarmi al titolare dell’Azienda. Una grande Società per Azioni, questa, con punti vendita del prodotto finito in buona parte del meridione peninsulare. Notai che gli occupanti quel salone, tutta gente del Nord che indossavano giacca e cravatta, mi vennero incontro dandomi il benvenuto. Dopo un breve colloquio sostenuto nell’ufficio privato del futuro datore di lavoro, disse: «Ecco le tue spettanze.» indi, porgendomi copia del regolamento organico dell’azienda, aggiunse: «Hai dieci giorni di tempo per accettare o rinunciare.»
«Accetto sin d’ora,» risposi in presenza del mio maestro «ma gradirei, in ogni caso, potere usufruire di quei dieci giorni». Assentì inclinando con molta signorilità il capo in avanti.

Mi recai per la confezione del mio primo vestito presso colui che, più tardi, sarebbe divenuto il mio sarto. Uno dei migliori “couturier” della Palermo bene: tale Vincenzo Angellotti. Dell’incontro avuto, quella mattina, ne riferii a mia madre. È superfluo dirlo. Ne rimase commossa e soddisfatta.«Sia ringraziato il Signore!» esclamò «come vedi, la campana di cui parlò il tuo maestro, sembra che stia per suonare.» e come se stesse udendo realmente il suono di una campana, da buona cristiana che era, si segnò.

* * *

Eravamo giunti in prossimità delle festività natalizie. Quando il Commendatore Righi, economo dell’azienda, (persona molto dinamica, ma non più giovane) mi chiese di accompagnarlo in banca per il prelievo delle spettanze mensili e della tredicesima da retribuire ad impiegati e operai di quella intrinseca sede.
E , considerato che l’uomo addetto all’auto di servizio era assente, m’invitò a fare uso della propria auto: una Lancia Aprilia cabriolet, con targa TO, un po’ superata, ma di carrozzeria ancora nuova e con poche migliaia di chilometri in corpo non passava inosservata.

L’Istituto di Credito “SANT’EUSTACHIO” ubicato al centro città, disponeva di un ingresso sul lato posteriore dell’immobile, riservato a quei correntisti che prelevavano delle somme considerevoli. Fu lo stesso economo a suggerirmi cosa avrei dovuto fare: discendere lo scivolo, parcheggiare l’auto, e attendere il suo ritorno. Mi accorsi che ai piani superiori si accedeva attraverso una porticina taglia fuoco, di cui si servivano soltanto coloro i quali erano in possesso della chiave data loro in consegna dalla direzione dell’Istituto di Credito.

Un ristretto numero di danarosi correntisti, quindi. Però mi stranizzò il fatto che la saracinesca che dava accesso al sottostante garage, rimanesse aperta e chiunque avrebbe potuto accedervi e mettere in atto i più malavitosi progetti, come quello, per esempio, di una rapina. Perché no! Pochi minuti dopo fece ritorno dicendo:
«C’è una moltitudine di gente lassù, è preferibile tornare domani all’apertura degli uffici.» Facemmo ritorno in sede.

Quel genere di lavoro era riuscito a trascinarmi, non guardavo mai l’orologio. Presto divenni un impiegato modello. Ma il mio ideale rimaneva sempre il turismo. Aveva la supremazia su qualsivoglia attività. E le domeniche mi recavo nelle chiese o nei musei ad ascoltare ciò che le guide spiegavano ai loro gruppi di turisti, in prevalenza francesi e americani. Appresi molto attraverso quei contatti, di cui più tardi ne trassi grandi benefici. Anche quelli economici.

…Come il dì precedente, l’enorme saracinesca che dava accesso al garage di quella Banca era sollevata. Entrai a passo d’uomo e memore dell’afflusso di auto del giorno anteriore, e di quanto dovetti tribolare per effettuare la manovra d’inversione di marcia, parcheggiai la macchina in posizione avvantaggiata, pronto per uscire.


Pochi minuti dopo, fece ingresso un’auto dei telefoni di stato attrezzata di scale ad innesto fissate sul tetto con delle cinghie. Ne vennero fuori due uomini sulla trentina, i quali indossavano regolare tuta da lavoro.Uno dei due teneva in mano un mozzicone di matita, un metro a bobina e un blocco per appunti. E, seguendo la traccia di un obsoleto impianto, diedero inizio a fare dei rilievi non concedendomi la benché minima opportunità di afferrare una sola parola di ciò che stessero dicendo. Ma qualcosa m’insospettì. Quel tizio che annotava ciò che diceva sempronio, mi era sembrato di conoscerlo.

Io per natura sono un irriducibile fisionomista, e lo raffigurai in Matteo, colui che circa 15 anni prima era il più temuto ladro di polli del quartiere Torrealta, successivamente divenuto topo d’auto. E, per i frequenti reati minori, faceva l’andirivieni dal “Grand Hotel Ucciardone”. C’incontrammo con lo sguardo. Abbassai subito gli occhi.

Non ebbi la certezza che mi avesse riconosciuto, poiché ero sparito dal Sant’Uffizio da oltre un lustro, e inoltre a quel periodo trascorso in orfanotrofio, in aggiunta ad un paio di anni che lui, con molta probabilità, aveva dedicato al servizio militare e, perchè no!, alla forzata reclusione in un riformatorio come Malapena, per esempio, mi autorizzavano a sperare che un così lungo lasso di tempo avrebbe potuto cancellare in lui il ricordo della mia faccia.

Sì, perché non aveva avuto modo di vedermi crescere e io non ero più il ragazzetto che si era salvato miracolosamente dal rogo della “Taverna del Tiro”, mi ero fatto uomo oramai, ed inoltre, alla scaltrezza dei nove anni, avevo aggiunto un po’ d’intelligenza in più e tanta esperienza. Mi accostai a loro e dissi:
«Fra poco da quella porticina uscirà un signore anziano, se cortesemente poteste dirgli che attenda pochi secondi, vado qui all’angolo della strada a comprare una focaccina con le panelle. Volete che ne compri un paio anche per voi?»
«Nenti dumannari e nenti rifiutari!» ma nel modo in cui venni osservato, mi resi perfettamente conto che ero stato individuato “nto frati du Parrìnu”.

Accesi il motore dell’auto e sgommando sulla la rampa, mi portai nelle vicinanze dell’ingresso principale della Banca. Varcai la soglia e andai in cerca dell’economo. Lo trovai in una stanza che inseriva nella borsa diverse mazzette da 10.000 Lire.

Il prelievo era stato eseguito. Avevo fatto appena in tempo ad evitare la rapina.
Feci presente che avevo notato un guasto all’accensione, e sarebbe stato necessario l’intervento di un elettrauto, un lavoretto della durata di circa un’ora; perciò che si servisse di un taxi per fare ritorno in sede. Tale messa in scena sarebbe stata utile a farlo desistere dall’andare giù in garage. Certo non fui così ingenuo di ottemperare alla parola data, cioè quella di andare a comprare le due focaccine per tizio e sempronio. Circa 30 minuti dopo, anch’io feci ritorno in ufficio. Ma lo capirete!, la partita non si era chiusa lì…

«Ch’è successo alla mia macchina?» «Oh, nulla di grave!» risposi, «tutti e sei gli elementi della batteria erano a secco, è stato sufficiente colmare i livelli con dell’acqua distillata, e con una spintarella è stata messa in moto.»

“Il ferro si batte mentre è caldo”. Da una breve indagine effettuata nel luogo giusto, e al momento giusto, appurai dove abitava Ugo: in zona mattatoio, “‘o macellu”.
Il suo indirizzo, in aggiunta di alcune dritte, mi erano stare date da un sedicente maestro di scuola. Una persona avanti negli anni alquanto ponderata, che mi diede la quasi certezza che Ugo sarebbe strato idoneo a risolvere il problema che si era venuto, indubbiamente, a creare fra lo scrivente e i presunti operai delle linee telefoniche di stato, capaci di mettere in atto le più imprevedibili rappresaglie.

… Mi recai al numero 6 di quel vicoletto ceco suggeritomi dal canuto insegnante, e bussai un paio di colpi con un battente di bronzo a forma di muso di cane mastino. Udii lo “strack” della serratura elettrica azionata dall’interno. Mi presentai dicendo chi ero, e da chi era stato mandato.

«Hahhh!! Trasi! Assettati!» disse, scostando una sedia dal tavolo. Intanto che inserito un tovagliolo da cucina al collo diede inizio al pasto della sera.
«A favorire!» esclamò, mettendosi davanti ad una fondina stracolma di margherite al sugo che ricoperte di caciocavallo davano la vaga impressione dell’Etna innevata.

Gli narrai brevemente qual era il mio problema. Mi ascoltò senza fiatare.
Cinquantenne, single, “lupucuviu” per antonomasia, era una sorta di lottatore di “sumo” che per la corporatura di cui era costituito, – molto più del necessario – sarebbe stato più facile saltarlo che girargli intorno. Si diceva di lui che era cresciuto di pane e risse. In verità il suo cognome non lo si seppe mai, ma di nomi ne aveva una caterva.

Si ricordava di mio padre e dei suoi cugini, – importatori di bestiame – distinguendo, soprattutto mio padre con l’appellativo: “una perla di galantuomo”
Allungatosi i pantaloni mise da parte il nome di battesimo, acquisendo quello di Francesco, indi Ciccio, per gli amici “Ciccineddu” o semplicemente “Neddu”.

Ma per molti altri della sua stessa età era noto come “u suca 'nchiostru”: sopranome, questo, coniato dal fatto che, durante la frequenza alle scuole elementari, che ultimò con diversi anni di ritardo, lo si vedeva sempre con la bocca e le dita imbrattate d’inchiostro.
Da adulto si diceva che si occupasse di compra-vendita, ma in effetti null’altro era che uno sconsiderato ricettatore. Nel frattempo aveva finito d’ingurgitare il suo fumante chilogrammo di pasta asciutta. Poi, dopo aver fatto un rutto animalesco, disse:«Amunì!»
Mise in moto la sua Fiat 1100, andando in direzione Torrealta.
Giunto che fu in un fatiscente caseggiato, bussò ad una porta con su scritto: “portoncino fresco di pittura”. Si udì la voce di una donna, chiedere:
«Cu èhhh!!» il colloquio si svolse grossomodo così:
«Io sugnu, c’è Mattiu?»
«Nohh, me frati Mattiu nu’ c’è, è partutu!»
«Sì!!!, di ciriveddu è partutu.»
«Vossia lu sapi, ca’ me frati fa lu rappresentanti, e nu’ c’è mai a casa. Chi voli di mia!!»
«Fall’affacciàri, ca’ cc’haiu a parràri, cretina.»

Io attendevo poco distante da lì, seduto in macchina, e in base al loro modo di esprimersi, mi sembrò di capire che i due si conoscessero più che bene.

Aprì la porta e venne fuori una donna sulla quarantina, dall’aspetto trascurato, obesa e talmente miope, che nella montatura dei suoi occhiali le erano stati inseriti due fondi di bottiglie. Matteo era in casa, e udendo la voce del rissoso lottatore di “Sumo” venne allo scoperto adducendo un pretesto che non è il caso precisare. Si allontanarono alcuni metri e parlottarono. Io per quanto potei affilai il più possibile le orecchie.

E dal tono concitato con cui parlava mi resi subito conto che il “tecnico della telefonia” era parecchio risentito, poiché dalla sua bocca venivano fuori delle contumelie volte al sottoscritto.

Sentii dire pure: “u pani chi panelli!!… a mia sta pigghiàta pu’ culu!!… Sì l’hav'a pagari!!... l’hav'a pagari com’è veru Diu!!” E molti altri anatemi che non sto a descrivere. Andarono al Bar a bere sicuramente qualcosa, indi si strinsero la mano e tutto finì lì.
Io non facevo parte di quella “casta”, pertanto il “paciere” non ebbe nulla da relazionarmi.
Disse soltanto:
«Fusti servitu, giannuzzu.»
Ebbi terrore di questa frase.
In realtà stavo avendo a che fare con degli incalliti malavitosi.

Ritornando all’amico dell’amico, un maestro di scuola elementare, come anzidetto, gli raccontai dell’incontro.
A dir vero non mi sembrò molto compiaciuto.
«…Questo è un capitolo da chiudere» disse «tieniti lontano da questa gente.
“Nuddu fa nenti pir nenti!!”
Oggi ti hanno fatto un favore, domani pretenderanno averlo restituito.»
«In che maniera!» interloquii «io non sono un malvivente come loro!»
«Ma loro non t’indurrebbero mai a dover commettere un crimine, mettendoti una pistola in mano, ma sono capaci di ficcarti in casa un temuto latitante, costringendoti a dover dire ai tuoi bambini che quello è uno zio.

Ma attenzione, “giannò!,” sarebbero loro ad accollarsi tutte le spese necessarie, anche quelle della pigione. E non è il primo caso, sai! “Tu e to’ mugghèri” vi sentireste di condividere il bagno, anche per un solo anno, con un uomo che non avete mai incontrato?!»
Da quest’ultimo abboccamento ne uscii ancor più inorridito.

Mi ero battuto a spada tratta per evitare che quella rapina fosse stata messa a segno, poiché qualcuno, anche della stessa azienda in cui prestavo servizio da pochi mesi, avrebbe potuto sospettare che fossi stato io a fare da basista.

Epilogo

Era un’afosa serata di un fine settimana d’agosto del ‘60, quando in una gremita pizzeria di uno splendido entroterra collinare, ombreggiato da conifere secolari, m’imbattei in un tizio che dall’aspetto fisico dava l’impressione di essere un lottatore di “Sumo…” mi venne incontro, e stringendomi la mano m’invitò a sedere con lui, – accettai a malincuore, credetemi!, – e dopo alcuni stravaganti, quanto insulsi, convenevoli, bisbigliò al mio orecchio:

«Hai sentito di Matteo?» la cosa mi parve strana, lui oltre ad aver detto “trasi, assettati” che mio padre era una perla di galantuomo, “amunì” e “giannzzu sei stato servito”, non ricordo che abbia detto altro. Tuttavia volendo essere garbato, risposi:«No, che cosa gli è accaduto!?»
Mandò giù d’un fiato un boccalone di birra e dopo essersi asciugato le labbra con il dorso della mano, raccontò che il proprietario di una pizzeria, usciva a notte fonda dal suo locale con il “sostanzioso” incasso del giorno, quando un giovinastro, a viso coperto, gli si parò davanti e con una pistola alla mano gli chiese il portafogli.

L’imprenditore lo vide indeciso, vacillante e lo esortò ad abbassare l’arma, dandogli la garanzia che avrebbe trattenuto per sé i soli documenti e che invece gli avrebbe consegnato tutto il malloppo, ripetendogli con saggia sollecitudine che la vita è un bene prezioso, molto più prezioso dell’incasso di una serata di lavoro.

Il rapinatore fidandosi delle parole paterne dette da quell’uomo abbassò il braccio. L’altro inserì la mano nella tasca esterna della giacca e da lì lo freddò con una pallottola in pieno petto.

«Considerato che Matteo morì sul colpo, com’è vento a sapere lei, don “Ciccineddu”, del dialogo tra lo stesso Matteo e il proprietario della pizzeria!?» chiesi io incuriosito.

«Chi dumanna mi fai, giannuzzu! L’ho saputo dal mio amico che stava per subire la rapina. Vedi, quel signore là in piedi che discute con dei clienti».
La sua risposta era stata ben altro che laconica. Indi atteggiando la bocca a quella di una cernia, aggiunse:
«fici ‘a fini ca’ ci spittava fari.
Stu gran delinquente!!»
Parole dure, le sue, come le pietre, che non mi andarono giù.
Frattanto, insieme ad un gruppetto di amici, arrivò la mia ragazza, anche lei come tutti gli astanti in cerca di una brezza.
Appariva pimpante, radiosa, acqua e sapone. Indossava “quella sua maglietta fina”, più tardi magnificata da Bagloni in un suo motivo… che attirò su di sé “l’attenzione” di non pochi avventori.

Mi separai da quell’uomo con gran senso di sollievo e le andai incontro. Prendemmo posto in un tavolo apparecchiato nelle vicinanze di un roseto, il cui profumo misto a quello della resina dei pini, sembrava che desse maggior refrigerio.

E mentre lei ad occhi chiusi annusava la fragranza di quella particolare frescura, presi in considerazione l’ultima frase detta dal rude mediatore, bisbigliando:
«…Stu gran delinquente!! Il bue dice all’asino cornuto!»

«Come dire da che pulpito viene la predica, no! Con chi ce l’hai, Giò Giò!?» chiese Maria Adelaide ironizzando. Tergiversai parlando subito d’altro, fuorviandola da ogni sua arguta illazione.
Il luttuoso avvenimento appena appreso, mi lasciò non poco turbato. Ne conclusi che la temporanea esistenza su questa terra, di ognuno di noi, ha una ineluttabile fine. Si sa come, quando, e dove si nasce, ma fortunatamente non sapremo mai dove, come e quando si cessa di vivere.


Lo sciagurato Matteo, aveva
finito di riferire “Ciccineddu”,
aveva programmato che dopo questo
“lavoretto” si sarebbe ritirato
definitivamente da quella
attività, e sarebbe convolato
a nozze con Agatina.

Ma non aveva messo in conto
che in quest’ultimo faccia a
faccia, avrebbe pagato con
la vita. Giorni dopo, così,
anche per Matteo suonò la
campana: non quella di cui
aveva parlato don Totò, il
mio maestro, cioè quella
dal suono affrettato e
gioioso che invitava noi
ragazzi a recarci al
refettorio.
Per Matteo ora stava suonando quella dai rintocchi lenti, lunghi, commiserevoli: la campana di Hemingway. "E allora,non chiedere per chi suona la campana.Essa suona per te".

Però nella storia di quel grande romanziere si trattava di una guerra civile e non di infima delinquenza, come in questo caso in cui io, “reductio ad absurdum” mi ero andato a ficcare dentro, sia pure con il mio sano ruolo civile.Ma senza avere avuto la cognizione di quanto ci sarei stato stretto.

Cordialità. Gianni D’Amico © Riproduzione riservata

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