mercoledì 26 maggio 2010

“No. Vous êtes aliénée!!” (No. Siete alienata!)

(No. Siete alienata!)
Premessa
Cosciente di non essere più quel monello di borgata, conosciuto da voi lettori in alcuni miei precedenti racconti, ardua si presenta l’impresa nel voler descrivere quest’altro, che da uomo “stagionato” mi ritrovo ad essere ancora una volta autore protagonista.
Ma ciò che maggiormente mi turba, credetemi, è il pensare che dovrò parlare di morte.
Ciò anteposto, tengo a precisare che nel rispetto di quelle persone passate a “miglior vita”, eviterò che nel corso della narrazione vengano menzionati i loro nomi, e per logica mi adopererò a sostituirli con dei pseudonimi degni di fede. Ma nel rispetto dell’epoca in cui si sono svolti gli eventi, e del fascino dei luoghi, ho preferito lasciare questi ultimi immutati. A conferma di quanto detto esiste una mia teoria che si delineerà nell’ultima frase del racconto stesso. Non andate a curiosare, non avrebbe senso!!



Era luglio del ’57, quando prendo la decisione di andare in giro per l’Europa in auto- stop. Munito di regolare “card” che mi consentisse l’accesso in tutti gli ostelli della gioventù esistenti nelle principali città Europee, acquisto un biglietto ferroviario di seconda classe, sulla tratta Palermo-Modane, e la mattina successiva, dopo la lunga dormita in treno, alle ore 07.00 con zaino e chitarra alle spalle m’immetto sulla strada nazionale Chambéry Paris, via Lyon, dando inizio al mio primo avventuroso viaggio.

L’ideale, mi era stato raccomandato, era quello di fermare “les routières” (i camionisti), più che gli automobilisti, poiché è con loro che si coprono in minor tempo i lunghi percorsi. La prima notte oltre frontiera l’ho trascorsa in un ostello di Lyon. Niente male!
Il dì successivo, trovandomi, già, a 272 chilometri da Parigi, (lo testimonia una vecchia foto) alzo il pollice saggiando a chiedere strada ad una coppia che viaggia su di una grossa auto di marca Citroën, la quale andando a velocità sostenuta non mi degna neppure di uno sguardo.
Ma dopo aver percorso non più di 300 metri decide di arrestarsi, e ripercorrendo a retromarcia la breve distanza che ci separa si accosta al bordo strada. È la signora, che dopo aver abbassato il finestrino mi chiede:
«Où est ce que vous allez?» (dov’è che andate)
«J’espère d’arrivé à Paris pendant la journée, Madame!» (spero di arrivare a Parigi in giornata)
«Montez!» aggiunge di rimando «c’est la qui nous allons». (salite, è là che andiamo) Fattomi accomodare nel sedile posteriore, ha avuto luogo un primo approccio da esser considerato piuttosto alla mano. Erano passate da poco le ore 13.00, quando Monsieur Jean Marie Quimphèr, lascia la strada statale addentrandosi in un folto castagneto.


«Venez!» dice «On s’arrête un instant pour aller manger quelque chose.» (venite, ci si ferma un momento per mangiare qualche cosa.)
Era un posto incantevole laddove ci siamo arrestati, e dando uno sguardo al menu, mi avvedo che avrei lasciato sul quel tavolo una buona fetta delle mie, già, misurate risorse economiche.
A dir vero non abbiamo fatto richiesta di chissà ché, ci siamo limitati ad un secondo, dell’acqua minerale, un dolce alla mousse de châtain e tanto caffè. Mi sono aggregato a loro senza alcuna esitazione. Al momento di saldare il conto esprimo il desiderio di voler pagare la mia quota. Ma la gentildonna, è stata lesta nel puntualizzare:
«Vous êtes notre invité!» poi con aria “malandrina” se ne esce dicendo: «Ici c’est moi qui comande!» (siete nostro ospite, qui comando io).
La sosta in quel caratteristico ristorante era stata breve, ma rilassante, soprattutto per loro. Ci siamo rimessi in marcia.

Nonostante Monsieur Quimphèr non fosse più giovane, aveva uno stile di guida fanatica: sedile distanziato da poter stendere le gambe, braccia a mo di boomerang, e mani inguainate in guanti di pelle a dita scoperte, reggevano il volante in posizione delle lancette di un orologio indicanti le 10 e 10.
Erano appena passate le cinque del pomeriggio, quando un’insegna stradale ci dona il “Bienvenue à Paris.” Dopo aver percorso gran parte degli Champs Élisée, l’auto si addentra nel VIIème arrondissement, e immessasi sulla Rue Jacob si arresta al numero 75. Aperto il bauletto portadocumenti, Monsieur Quimphèr, tira fuori una carta topografica della città, e mi indica il quartiere Courbevoie, cerchiando con una penna l’ostello della gioventù di cui avevo fatto loro cenno durante il viaggio, indi, fruga in una tasca ed estrae un carnet intero di biglietti metro, e nel porgermelo assieme ad un suo biglietto da visita, dice:
«Si par hasard vous auriez quelque problème, n’excitez pas à nous donné un coup de fil.» (se per caso doveste avere dei problemi non esitate a telefonarci).


Lascio trascorrere alcuni giorni e da un telefono pubblico chiamo casa Quimphèr.
Risponde una donna alla quale mi presento con nome cognome e nazionalità, e udito il suo assenso chiedo di Monsieur Quimphèr. Lei con tono che sapeva di rammarico mi comunica che l’Ingegnere non era in casa, e mi pregava di pazientarmi che avrebbe avvertito la signora. Una manciata di secondi dopo, sento una voce dire:
«Bon jour Jovannì, comment allez vous!!» (buongiorno, come state) Dall’espressione calorosa con cui prese parola M.me Quimphèr, mi sono sentito rincorato. E nel rispetto delle legittime formalità, porgo alcune mie notizie e ne ottengo delle loro.
A conclusione di quella moderatamente breve conversazione, conclude dicendo che entrambi i coniugi avrebbero avuto il piacere di avermi a cena, fissando in quell’ambito la data e l’ora.

Accetto l’invito, e per alcune sere m’impongo di ripassare talune lezioni di galateo che mia madre mi aveva suggerito prima di partire che, per sua stramba mania, definiva i 10 precetti che educano come comportarsi in un invito a cena:
– Non ti recare mai ad un invito a cena, senza aver indossato giacca e cravatta
– Raditi prima di uscire di casa. La barba incolta è segno d’italianità.
– Non arrivare mai in ritardo né troppo in anticipo.
– Tieni le mani sempre bel curate, sono quelle che sedendoti a tavola ti vengono
osservate per prima cosa.
– Se sai di trovare dei bambini porta loro una scatola ciascuno di “cazzotti”(nati nel 1922, erano chiamati così i Baci Perugina N.d. A.)
– Soprattutto porta delle rose rosse alla padrona di casa, e che siano in numero dispari.
– Prima di omaggiarla esegui il baciamano, ma senza che le labbra poggino su di essa.
– Aspetta che ti venga assegnato il posto, non andarti a sedere di tua iniziativa. È
preferibile sentirsi dire si avvicini di alcuni posti più avanti che, potrebbe spostarti
un posto più in là.
– Ricordati che è la mano che porta il cibo alla bocca e non come fai tu, che accosti la
bocca al piatto. Osserva con dovuta discrezione come fanno gli altri commensali.
– Non vergognarti di fare il segno della croce, e non esser tu, per primo, a dire buon appetito, ma ripetilo se, e quando, lo dicono gli altri.
Queste, ed altre, regole di buona educazione, me le aveva trasfuse nel sangue da quando ero adolescente, facendomi brontolare da adulto: “chi camurrìa ‘stu galateo!!” Ma posso garantirvi che è stata la prima e l’ultima volta che ho potuto pronunciare quella parolaccia, perché disgustata dal mio contegno, mi ha allentato un gran ceffone fra capo e collo da farmi andare per traverso ciò che stavo per inghiottire. Ma con il senno del poi era giunto il momento di mettere in pratica le lezioni di bon ton da me, per anni, snobbate.


Quella sera eravamo in tanti a cena, erano presenti i due figli maschi con le corrispettive mogli e le due figlie coi loro mariti. Per via delle mie attente valutazioni mi sono accorto quanto amanti dell’Italia erano tutti i componenti di quella grande famiglia. E, strana coincidenza, proprio quel giorno del nostro incontro, provenivano da Terni per definire determinati progetti di lavoro, e approfittando di ciò si erano concessi una settimana di vacanza a Venezia.
La cena consumata in quel sontuoso salone arredato Luigi XVI, servita da un cameriere in livrea, e preparata dalla cuoca di famiglia, era stata deliziosa. L’ultima frase, quella dell’accomiato, espressa dalla padrona di casa, era stata: “è stato un piacere esserci incontrati. Speriamo che questi incontri siano l’inizio di una lunga serie.”
Apprendo, inseguito, che erano i pilastri dalla siderurgia francese. Ed oltre a quello sfarzoso appartamento, laddove era avvenuta la cena, situato, per altro, nella Parigi bene, possedevano ingenti proprietà immobiliari, consistenti in un grande albergo, e alcune Ville ottocentesche site nella turistica Costa Azzurra.
Di questo mio, non breve, soggiorno a Parigi, ci sarebbe tanto da dire, ma scelgo di non dilungarmi, principalmente per gli spazi editoriali concessimi, ma più di ogni altra cosa per non tediare gli amici lettori.

I miei 45 giorni trascorsi all’estero, sono stati propedeutici, costruttivi. Senza mai aver disdetto il posto letto conferitomi all’ostello, effettuavo in autostop delle toccate e fughe nelle principali città capitali Europee. E grazie a Kathrin – anche lei ospite dell’ostello – che, proprio la sera dell’invito a cena si era prodigata nel volermi stirare l’abito, mi ha dato l’opportunità di acquisire delle buone nozioni della lingua tedesca. L’essermi portato la chitarra, ci ha lasciato trascorrere delle lunghe serate cantando le più belle canzoni di Modugno.
Quando ho lasciato definitivamente la casa, l’emozione è stata manifesta. Con Kathrin e Giselle, una sua amica, conosciuta insieme a lei a Courbevoie, ci siamo incontrati alcuni anni dopo a Francoforte, per assistere ad un breve recital di Elvis Presley, di cui ne parlo nel mio primo manoscritto, un noir investigativo dal titolo: “L’ultimo clandestino” non ancora edito.
Ho salutato Parigi, la famiglia Quimphèr, gli amici. Il mio è stato un “au revoir” e non un “adieu”; poiché ho fatto ritorno nella Ville Lumière per 8/10 volte ancora.

Sono partito in treno per la mia Palermo con un bagaglio ricco di esperienze. L’unico ragazzo di Romagnolo che, con sole 50.000 Lire, era stato capace di andare in giro per l’Europa. Ma di ciò – e di ben altro – devo esserne riconoscente, ai signori Quimphèr, i quali nell’avermi procurato un tesserino da studente universitario, mi hanno dato modo di poter accedere, per una cifra irrisoria, alla mensa dell’Ateneo gestita dalla direzione.

L’amicizia venutasi a creare con la famiglia Quimphèr, non si era rivelata il solito fuoco di paglia, ma i nostri rapporti curati in forma epistolare, e con qualche saltuaria telefonata, andavano sempre più consolidandosi. Tantoché in un ultimo contatto telefonico, intercorso fra la signora e colui che scrive, mi veniva comunicato che con l’approssimarsi della Pasqua del ’58, sarebbe venuta per la prima volta in Sicilia in compagnia di una delle sue due nuore. “Vuoi scommettere che è Virginie, la bella bionda, moglie di Michel!” Ho detto fra me.

Alcun mesi dopo ricevo la conferma con relativa data e itinerario. Avevo, già, ottenuto il primo impiego. (di cui fatto cenno nel mio 3° racconto). Ne parlo al mio datore di lavoro, il quale oltre a concedermi due giorni di ferie, non ancora maturate, mi chiede se possedevo un mezzo per andarle ad incontrare, ho risposto che fra tanti amici avrei trovato un’anima buona disposta ad affidarmi il suo catorcio.
«E tu vai ad incontrare due signore di un certo livello sociale, per come mi sembra d’aver capito, provvisto di un catorcio!?»
Ho fatto presente che un’alternativa ci sarebbe stata, quella di prendere un’auto a noleggio. Però…
«La realtà oggettiva» dice lui «mi lascia prendere in considerazione due fattori: il primo è quello che il tuo datore di lavoro non ha l’anima buona, il secondo è che l’auto posseduta, da te già guidata, non è abbastanza rappresentativa! Ce l’hai i soldi per la benzina!»
«Proprio questo stavo per chiederle, un anticipo sul mio stipendio.»
«Prendi questi! Fai il pieno, e ricordati che la prudenza non è mai troppa.» dice, porgendomi due banconote da 10.000 Lire, poco più di metà del mio stipendio.
… Il pullman della ditta Prestia & Comandè, che offriva i migliori servizi turistici, era li, agli arrivi domestici, ad attendere i passeggeri della CIT Parigi. Dopo averle incontrate ho fatto sì che si separassero dal gruppo e, da quel momento, per il perdurare di quei due giorni di sosta a Palermo, sono stato io a prendermi cure delle due signore.

La domenica di Pasqua, l’incontro con mia madre, e la mia fidanzata, ha avuto luogo al ristorante Ficodindia. Dando loro l’opportunità d’assaporare le specialità della nostra Regione, accostando ad esse del generoso Salaparuta sia rosso che bianco. Al momento di saldare il conto, ha provato graziosamente ad arrestare il mio braccio, dicendo:«Bougez pas, Jovannì, soyez mon invité!» (statevi fermo, siate ospite mio.)
«No!» rispondo io ammiccando «Ici c’est moi qui comande!!»
Lei arguisce ricordando quel pranzo consumato all’ombra dei contorti castagni. E rivoltasi a mia madre esclama sorridendo:
«Votre fils c’est en garçon terrible!»

Mia madre contraccambiando il sorriso fa in modo d’interrogarmi con lo sguardo. Improvvisandomi traduttore rendo chiaro ciò che lei non aveva compreso: “Suo figlio è un ragazzo terribile.” «Non credo!» risponde lei, facendo un gesto di diniego. Mi sono accorto che la giovane nuora sorrideva strizzando un l’occhio.
Dopo un giro turistico nel centro storico, abbiamo concluso la giornata da Ilardi, al Foro Italico, degustando la storica cassata gelato al pistacchio. Il lunedì alle ore 08.00 erano in viaggio per Taormina.
Quella stessa mattina, dopo aver condotto la macchina in un autolavaggio, la restituisco al datore di lavoro, e nel dimostrargli la mia gratitudine, dico:
«Regoleremo a fine mese, Commendatore!» a fine mese con mio stupore trovo nella busta paga l’intero stipendio.



La perdita di quel nostro amico, andatosi a schiantare contro un Ficus Benjamin nella curva del Viale d’Ercole, al Parco della Favorita, ha fatto sì che alcuni di quei picciotti, mezze teste, autodefinitisi “stuntman” della domenica pomeriggio, interrompessero una volta per sempre di giocare con la morte, e mettessero “n’anticchia di giudiziu.” Ciò ponderato, colui che scrive, prende la decisione di convolare a nozze.
La data, con l’assenso dell’intera famiglia, viene fissata per il 26 settembre del 1960. Per proposta di mia madre accondiscendo di renderlo partecipe a miei amici d’oltre Alpi.

La risposta datami tramite cable da parte della figlia maggiore, giunge immediata, dicendo che i genitori si trovavano in vacanza a Nouméa, (Nuova Caledonia) e il giorno 28, sosteneva Florence, sarebbero stati in volo sui cieli di Nizza.
Giorni dopo giunge un plico da Parigi, contenente il regalo di nozze dal valore artistico inestimabile. Nella cavità dell’oggetto, dal caratteristico argento cisellato, un biglietto di auguri, con la stampigliatura degli anziani coniugi Quimphèr, sicuramente firmato dalla stessa Florence, recitava:
“Félicitations, Jovannì et Lilly, le Grand Hotel Côte du Prince, à Saint-Tropez, vous attende pour-y-passer heureusement votre lune de miel.” (il Grand Hotel Côte du Prince, di Saint-Tropez, vi attende per trascorrere felicemente la vostra luna di miele).
Ma che cosa avevo fatto io, nei confronti di questa famiglia, per meritarmi sì gradi attenzioni, continuavo a chiedermi.
Avendo saputo del mio imminente matrimonio, i miei amici si erano disgregati come accade ad uno stormo di allodole, allorquando per la fucilata assestata dal cacciatore sentono il piombo fischiare fra le piume. E proprio quel fatidico giorno, da ricordare, nemmeno l’ombra di uno di loro era presente in chiesa.

Tuttavia, nel momento in cui stavamo per pronunciare il memorabile “Sì”, uno sconosciuto mi passa un telegramma. Prego Don Caracciolo di attendere pochi secondi, e non curandomi del suo mugugnare, per prima cosa osservo la data e l’ora di arrivo: 26 settembre ore 9,25. L’indirizzo era quello della Parrocchia di San Giovanni Bosco, chiesa in cui stavo per prendere il 7° Sacramento. Non vi nascondo che lo stato emotivo in cui mi ero venuto a trovare, aveva ottenebrato la mia mente limitando i miei movimenti.
«Ancora là sei, sbrigati! Stai indisponendo il parroco!!» bisbiglia Maria Adelaide sgomitando. Schiudo quel dispaccio e leggiamo : “Siete ancora in tempo.” In calce alla frase notiamo mezza dozzina di nomi, quelli dei miei migliori amici. Entrando a casa, poi, percepiamo un strano odore, e un ronzio del tutto nuovo proveniente dalla cucina. Restiamo ammutoliti nel veder un frigorifero perfettamente funzionante. Sul tavolo un biglietto augurale, recava le stesse firme poste sul telegramma.
Tutto questo con la complicità bonaria di mia madre, la quale prima che uscissimo da casa agghindati a festa, mi ha chiesto:
«Ti sei cambiato le mutande dopo esserti lavato?»
«Che è nuova questa di non cambiarmi le mutande! Certo che le ho cambiate, mamà!»
«Da oggi indossane un paio pulite tutti i santi giorni, mi raccomando!

Lo dicevano gli antichi greci, “Mutates mutandes”». Per lei Sofocle, Orazio, Copernico, Pirandello o “Pietro Follone, erano tutti compagni di merenda. Eppure aveva studiato ostetricia!


…Baciando la mia giovanissima moglie, come mai avevamo fatto prima di quel giorno, esclama: «Ce l’ho fatta! Sono signora!!» «Da stasera!» puntualizzo «Nel lettone della stanza 212, presso l’Hotel delle Palme.» Abbassò lo sguardo sorridendo condiscesa.




A mezzo di locomozione non stavamo affatto male. Possedevamo, una “Mini Cooper, 997/cc, acquistata a suon di cambiali pochi mesi prima di sposarci.
La mattina del 28 settembre, abbiamo caricato il necessario e siamo partiti per Saint Tropez. La camera riservataci presso il Grand Hotel Côte du Prince, con straordinaria veduta su gran parte della Costa, profumava di fiori. Squillò il telefono.


«Bon jour, qui est all’appareil» rispondo, convinto di trovare Madame Quimphèr, invece era Virginie, la nuora. Che subito dopo averci dato il ben venuto, mi passa la signora Frédérique. Abbiamo ciarlato un bel po’ concordando che qualora il tempo fosse stato bello, la direzione dell’Hotel avrebbe provveduto a sistemare un set da spiaggia tutto per noi. In effetti il clima di fine settembre era stato magnanimo, concedendoci, così, la possibilità di scendere in spiaggia per alcune mattine. Ma quanto riguarda ad abbronzatura ne avevamo da vendere. Entrambi, provenienti dal sole feroce d’agosto isolano, sembravamo fusi nel bronzo antivo. Per un paio di giorni ci lasciarono fare vita di albergo. Inseguito, per la durata di un’intera settimana, gli inviti a cena nelle loro Ville e a volte in pizzerie, frequentate da VIP, erano pressoché quotidiani.

L’amicizia fra Virginie e noi, era divenuta talmente salda da far ingelosire Lilly, come la chiamavano loro. Un pomeriggio, durante un buffet in Villa, laddove la Sangria faceva da signora, lei, proponendomi un piatto, mai assaggiato, ne stacca un frammento con una forchetta mettendolo nella mia bocca. Mia moglie, considerando Virginie più tosto ebbra, non lo dà ad intendere, ma nel suo ego rimane vivamente oltraggiata. Quel gesto notato da molti ospiti mi ha dato la certezza che c’èra in atto un fine, una mira...

Quei giorni sì pieni di inviti trascorsero intensi. Leggendari. Memorabili. Salutando tutti gli astanti, in un momento di disattenzione di mia moglie, che mi stava con gli occhi puntati addosso, Virginie mi “chiede un favore”, al quale fa seguito il mio secco: “No. Vous êtes aliénée!!” Lei di rimando ribatte: “verrò a trovarvi a Palermo”. A quel punto fulminandola con lo sguardo – come soltanto i siciliani sanno fare – le dico: non t’az-zar-da-re. E baciandola com’era lecito fare, le sorrido con distacco. Se nella sua venuta a Palermo, nella Pasqua del ’58, avesse saputo ponderare bene la cosa, è probabile, ma non certo, che ci sarebbe riuscita. Tutto sommato mi ha dato modo d’apprezzare la sua lealtà…
* * *
Le relazioni con i Quimphèr proseguivano com’erano prima che sposassi. Quando parlando al telefono con Mamy, (era così che la chiamavano generi e nuore) le comunico d’essere divenuti genitori. Giorni dopo giunge una comune lettera. Nel suo interno, fra un cartoncino di auguri trovo inserita una banconota da 10 Dollari. La consegno a mia moglie riportando verbalmente le stesse parole lette sul cartoncino, che erano quelle di comprare qualcosa al nuovo arrivato. Sono rimasto stupito nel sentirle dire che la banconota era da 100$, e non da 10 come io avevo erroneamente valutato. Preso atto che la mia retribuzione mensile non superava le 38.000 Lire, quella cifra era piuttosto ragguardevole.
In prossimità delle feste natalizie, ho avuto modo di parlare con Monsieur Quimphèr, questi dovendosi recare a Brindisi per affari concernenti la sua imprenditoria, abbinava l’utile al dilettevole programmando una sua venuta in Sicilia, con data già prestabilita.

Erano trascorsi quattro anni, dalla venuta in Sicilia delle due signore, quando il lunedì che precede la Pasqua, mi reco in aeroporto per incontrare l’anziana coppia venuta in compagnia di una loro nipotina, figlia di Florence, una ragazzetta di appena 8 anni. Per sue esplicite richieste prendo a noleggio un’auto. E in visione della guida sportiva del ricco industriale, ne scelgo una piuttosto grintosa: una Giulietta Alfa Romeo.
Il tour, da me suggerito, era quello classico: Palermo, Segesta Selinunte, Agrigento, Piazza Armerina, (con visita ai mosaici della Villa Romana del Casale) l’Antica Siracusa, e per ultimo una sosta di tre giorni a Taormina.
* * *
Imbevuti dei suoi più unici che rari monumenti della Magna Grecia, nelle prime ore del pomeriggio abbiamo lasciato Siracusa. Giunti a Fiumefreddo di Sicilia, Giardini-Naxos, (Sicilia Orientale per intenderci meglio) mancava circa mezz’ora per raggiungere l’incantevole Taormina.
Era un uggioso pomeriggio del Venerdì Santo. Madame Quimphèr, amante del buon bicchiere di vino, dormiva sogni beati e la piccola Louiselle, non essendosi ancora accorta, continuava a parlottare con la nonna. Quando Monsieur Quimphèr toccandomi un braccio, bisbiglia:
«Arrêtez vous en instant, Jovannì.» (fermatevi un momento)
Lascio il lungo viale ombreggiato dai pini e, per maggior cautela, sosto su una fascia di terra battuta a ridosso di una pietra miliare, e supponendo che si fosse fermato per soddisfare ad un bisogno fisiologico, rimango al mio posto di guida. Lui accostatosi al tronco di un pino, adagiando l’avambraccio destro all’altezza della fronte vi appoggia il capo restando in quella posizione per diversi minuti. Tornato in macchina gli chiedo se stesse poco bene, mi risponde che era stato un malore passeggero, e tutto era finito lì. Evito di porgli delle altre domande, ma osservo che il suo viso ha uno strano pallore; spingo l’andatura in caso si sarebbe reso necessario un accertamento ospedaliero. Ma giunti in albergo mi accorgo che la situazione era peggiorata, faccio appena in tempo a far scendere la nonna e la nipotina con i rispettivi bagagli, e inverto la marcia in direzione dell’ospedale. Il medico che gli porge i primi soccorsi, non azzarda nessuna diagnosi, e crede più opportuno chiamare urgentemente il primario del reparto malattie infettive del policlinico di Catania. Questi per abbattere la barriera dei tempi prestabiliti, giunge in ambulanza con allarme inserita. E alla vista del paziente. Formula il più inequivocabile, quanto atroce, responso:
«Atrofia giallo-acuta del tipo fulminante. Nulla da fare, gli restano poche ore di vita.»
Poi entrambi i medici si appartano alcuni minuti nella vicina medicheria fermandosi a parlottare. E mentre questi metteva per iscritto la sua relazione clinica, il paziente mi fa cenno di prendergli la giacca che io avevo steso sulla spalliera dell’unica sedia esistente in quella stanza, indi, ficcata la mano in una tasca interna, con grande fatica mentale, più che fisica, ne estrae una busta piegata in due e me la porge farfugliando “Virginie pour vous.”

Sono state le sue ultime parole. Da quel momento è entrato in stato comatoso. Quietanzo con del denaro mio l’onorario del primario, e chiedo la ricevuta. Mentre questi mi saluta sopraggiunge la signora, fa giusto in tempo ad ascoltare il medico, il quale stringendosi nelle spalle, dice: “très désolé, rien à faire!”

Lei baciando teneramente il marito, e rendendosi conto della sua perdita dei sensi, sbotta in un pianto decoroso. La metto subito a sedere e chiedo un bicchiere d’acqua. Ripresasi dal doloroso colpo infertole dal destino, la vedo reagire e prendere le sue decisioni. Nel conferirmi l’incarico di assisterlo fino a l’ultimo respiro, si affretta a ritornare da Louiselle, rimasta in camera da sola.
All’una di notte ha reso l’anima al creatore. Gli ho chiuso gli occhi come se fosse stato mio padre, e chiamo la vedova comunicandole il trapasso del marito. Lei, avendo già parlato con il figlio maggiore mi suggerisce di annotarmi un numero telefonico con cui poter prendere contatti in qualunque ora e in qualunque istante. E così ho attuato. Da questi apprendo, che proveniente da Parigi con scalo a Roma, mi prega d’incontrarlo alle ore 11.00 all’aeroporto Fontanarossa di Catania.
…Quando sedutosi in macchina, mi chiede d’acchito del padre, dicendo:
«Mon père c’est finit, ne c’est pas!» (mio padre è andato, n’è verro!) ho assentito dicendo semplicemente:
«Élas!!» (purtroppo)
Era quasi l’ora di pranzo, di quel sabato che precede la Pasqua, e la strada statale 114 era deserta. Abbiamo impiegato non più di mezz’ora per giungere Fiumefreddo. Là, dove ancora oggi ne è testimone quella pietra miliare, rallento l’andatura per mostrargli l’albero al quale si era appoggiato il padre. Chiuse gli occhi elevando probabilmente una prece al Padre Eterno.
Recatici direttamente in ospedale, un infermiere ligio al dovere ci comunica che sulla salma era stato effettuato il processo di conservazione e sistemata in camera mortuaria. portatici in loco abbiamo trovato la signora che con una spugna gli stava detergendo il viso. Osservo Maurice, che chinatosi sul padre appoggia la guancia sulla fronte, indi lo accarezza e lo bacia teneramente. Lì mi sono allontanato dando, a madre e figlio, la possibilità di parlare con riserbo. Più tardi, in albergo, durante una frugale colazione si decise sul da farsi.
Per causa dei suoi inderogabili impegni di lavoro, la mattina successiva, Maurice e Louiselle, accompagnati in aeroporto, presero il volo per Parigi, via Milano, mentre la signora era rimasta in attesa di partire con me, alla volta della capitale francese, non appena sarebbero state disbrigate le pratiche per il rientro in patria del cadavere dello sfortunato turista straniero. Si profilarono lungaggini superabili in un solo modo.
Per suggerimento dello stesso Maurice, che mi aveva imposto di non badare a spese affinché la salma del proprio padre raggiungesse quanto prima la cappella di famiglia, affido la risoluzione del difficile problema ad un agenzia di onoranze funebri con sede a Taormina. Il signor Peppino Bambara, (nome autentico) titolare dell’azienda, rende noto che l’intero disbrigo delle pratiche dipendeva dal comune di Messina, ed essendoci di mezzo il giorno di pasquetta, gli uffici avrebbero aperto i battenti non prima di martedì. Dopo aver chiesto un’anticipazione alla signora, lo stesso giorno di pasquetta si era messo in viaggio per Messina, per andare ad ungere le ruote. Mi aveva confidato.
Da non crederci! Nelle prime ore della mattinata del martedì 24 aprile, (potenza del Dio denaro) tutti gli atti riguardanti il decesso ed il trasporto del feretro all’estero, erano pronti.
Delegato nella scelta della bara, non mi si presentarono seri problemi. “Semplice, niente arabeschi che indicassero simboli di morte. Coute que coute!,” (costi quel che costi) aveva detto Maurice. Era piaciuta molto alla signora e, più tardi, al resto della famiglia.
Il viaggio in Sicilia volgeva tristemente alla fine. Mi sono premurato a far caricare la Giulietta su un carro merci, delle ferrovie di stato con destinazione Palermo, incaricando per lo svincolo la stessa ditta noleggiatrice, dando la garanzia che il saldo di ogni onere sarebbe avvenuto con bonifico bancario.
Il mercoledì mattina, abbiamo dato disposizioni affinché il feretro venisse caricato. Madame Quimphèr ha voluto che la bara fosse stata coperta da un drappo di velluto nero, e addobbato da una ghirlanda di fiori freschi. Tutto era stato eseguito dal signor Bambara. Al quale, senza esitare, gli era stata saldata ogni sua spettanza. La signora ed io, invece, abbiamo seguito il feretro in carrozza Wagon-Lit, con destinazione Gare de Lyon.
I funerali, in presenza di alcune centinaia di persone, hanno avuto luogo presso la Basilica “Le Sacre Cœur, à Montmartre. Avevo preso posto nelle ultime file di panche, quando vedo Maurice venire in mia direzione, e presomi per l’avambraccio mi sussurra:
«Venez avant Jovannì, entre nous». (venite avanti, fra noi) E con un gesto della mano mi invita a sedere fra la madre e il resto della famiglia. Nessuno sguardo con Virginie, pochissime parole, e mai soli. Durante il viaggio in treno, avevo letto la lettera che mi era stata da lei inviata.
A fine cerimonia è stato Maurice ad accompagnarmi ad Orly Aéroport. E dopo avermi abbracciato, inserisce qualcosa nel taschino esterno della mia giacca, dicendomi che quei soldi erano il rimborso delle spese specialistiche da me sostenute.
Il cambio di quei Franchi in Lire, ci ha dato la possibilità di estinguere il lungo debito contratto con la banca, la cui origine era d’attribuirsi all’acquisto della nuova macchina. Mentre di ciò che era rimasto, – cifra abbastanza rispettabile, – abbiamo aperto un conto corrente presso un Istituto di Credito.

Epilogo
Avevo, già, ottenuto l’impiego all’Enit di Roma, quando per il tramite di Mamy apprendo una notizia a dir poco sconvolgente. Dall’assurdità dei luttuosi avvenimenti, di cui mi faceva cenno, sembrava che la maledizione degli Dei si fosse abbattuta su quella casa. Maurice, primogenito, affetto da diversi anni da un male incurabile all’apparato genito-urinario, era venuto a mancare a soli 45 anni. Un lasso di tempo dopo, quantificabile in poche settimane, Michel, il più giovane della famiglia Quimphèr, recatosi a Nouméa per una battuta di pesca, era sparito nel nulla come una bolla di sapone.
Sapevo già che a breve scadenza sarei partito per Parigi per assolvere ad un impegno un po’ particolare, che stava a cuore al Presidente chi mi aveva assunto. Ma trattandosi di un incarico “Top Secret” ho preferito di non parlarne neppure con Mamy.
Il giorno del mio arrivo in loco, le faccio uno squillo dai nostri uffici, e al benvenuto datomi segue l’invito ad incontrarla a casa sua. Alle ore 17.00, orario da lei fissatomi, busso alla porta, ad aprirmi è la badante che m’invita a seguirla.
Mi appare provata, emaciata, canuta e vistosamente claudicante, tanto da scaricare il peso del suo esile corpo su di un bastone. Mi ha fatto accomodare parlandomi di alcune vicissitudini, soffermandosi un po’ più sulla scomparsa del figlio minore. La cosa non poco mi ha costernato. Mamy non era più quella che, poco più di un decennio prima, al Ristorante Ficodindia, aveva detto a mia madre che ero un ragazzo terribile.
Mi ha fatto tanta tenerezza. Le chiedo come l’aveva preso Virginie con la scomparsa del marito, scosse il capo non esprimendo alcun parere. Ma in contraccambio ha fatto cenno all’attuale stato di salute della nuora, dicendo che stava male, “très, très male.” Ho preferito non indagare nel merito. Indi, alzatasi faticosamente in piedi, dandomi ad intendere che era giunto il momento di lasciarla nella sua apparente tranquillità, l’ho salutata con preghiera di porgere i miei saluti per il resto dei familiari.
Non distante dalla Rue Jacob, mi era stato prenotato un alberghetto decoroso, e prima di congedarmi le ho comunicato il nome. Pochi minuti dopo parlottavo con il “concierge” volendo sapere da questi di un ristorantino, un bistro dove servissero delle buone ostriche della Normandia. L’uomo dalle chiavi d’oro era stato lesto nel darmi le esatte coordinate, puntualizzando: “che era sempre là che inviava i suoi cliente italiani.”
Avevo appena chiesto la chiave della camera per andar su a darmi una rinfrescata. Quando ho udito una voce piena di raucedine dire:
«Jovannì.» Era stata sicuramente Mamy ad informare Virginie della mia presenza a Parigi, dandole, anche, il nome dell’albergo. Sono rimasto trafitto nel vedere il suo stato di salute. E, presto, mi sono reso conto delle tre parole proferite mezz’ora prima dall’anziana donna: “très, très, male. In effetti Virginie, era un morto vivente. Uno zombi. Nondimeno la tirai a me per baciarla, ma lei mi ostacolò ponendo la sua mano in mezzo. Scese fra noi un silenzio abissale. Infine rompo la quiete chiedendole se all’ora di cena avesse da fare. Ha scosso il capo in segno di diniego. E sorridendole l’ho invitata a venire in trattoria con me, a mangiare delle ostriche.
Mi ha risposto che da circa un anno non faceva più vita di società e non frequentava più i locali pubblici. Si concedeva soltanto la libertà di recarsi, una volta tanto, a casa della suocera. Ero tentato di dirle di darsi una sistemata e seguirmi. Ma come se l’avesse intuito mi precede proponendomi di recarci al Bar dell’hotel per bere qualcosa.
Ero indeciso quale degli argomenti che mi passavano per la mente, in quel momento, trattare per primo. Quando d’amblé le chiedo del marito. Leggo sul suo viso scarno una smorfia che sapeva di indifferenza.
Dopo aver taciuto altri secondi lasciandomi intuire che stava riflettendo su ciò che voleva dire, fissandomi negli occhi, mi ha chiesto se il suocero, prima di morire aveva fatto in tempo a darmi una lettera. Conscio che stavo per mentire, le ho risposto che non sapevo nulla della lettera. “Era una mia missiva dentro la quale chiedevo scusa a tua moglie per la condotta scorretta che ho avuto quel pomeriggio al buffet, imboccandoti in sua presenza e facendola ingelosire, ma credimi Jovannì mi era stato suggerito dalla quantità di Sangria che avevo trangugiato.” Mi sono accorto che mi stava dando del Tu. Ma ciò che aveva finito di dire, circa il contenuto di quella lettera corrispondeva a verità, e che non era più il caso di prenderlo in esame.
Ha proseguito parlandomi della morte del proprio marito, soffermandosi in alcuni particolari di cui ero lontano anni luce dal poterlo supporre. Diversamente di quanto la famiglia aveva dato ad intendere, Michel non si era recato a Nouméa per una battuta di pesca, bensì con il proposito di farla finta. Stava lì assorta a centellinare la sua bibita. Quando con una moina che una volta aveva l’importanza di un sorriso, riprese il discorso raccontando: che notte tempo portatosi alcune miglia a largo delle coste coralline, facendo uso di una bacinella con dentro un sasso, si era legato alle caviglie una sartia lunga alcuni metri, lasciandosi andare in quel mare non eccessivamente profondo. Spinta dal forte vento, la barca era stata ritrovata oltre 10 miglia da quel tratto di mare. L’imbarcazione, a parte d’essere stata trovata a secco di carburane, non rilevava nessuna traccia dell’uomo. E nessuno era in grado di dare conferma che era stato lui ad essersi servito di quella barca da pesca. Alcuni mesi dopo un peschereccio d’alto mare pescando in quelle acque, aveva riportato a galla la rudimentale zavorra. A prova sicura del suicidio, null’altro esisteva che una doppia gassa all’estremità di quei due metri di sartia; traendone la conclusione che aveva dato il suo corpo in pasto agli squali. In un certo modo era sparito davvero come una bolla di sapone, come aveva detto per telefono Madame Quimphèr, nascondendo la verità.
Mi è venuto spontaneo chiederle che cosa aveva spinto il marito a mettere in atto un sì folle progetto. Ha risposto che aveva visto Michel baciare sulle labbra la piccola Louiselle. Provando, forse, disagio di questo stato di cose, aveva meditato il suicidio. Alcuni mesi dopo la scomparsa del marito, Virginie, tormentata dal persistente stato febbrile, era stata ricoverata in ospedale, e dimessa giorni dopo col vile responso di un’infezione polmonare antibiotico-resistente. E da lì era stata dimessa con la nefasta ipotesi d’aver pochi mesi di vita. A quel punto le porgo alcune domande: la prima era stata quella perché non aveva avuto figli con Michel. Mi ha risposto, che per quel sesto senso che predomina nella donna, non vedeva in lui il padre premuroso di un suo futuro bambino. Risposta poco plausibile la sua. Con la successiva le ho chiesto se i coniugi Quimphèr sapevano dell’anomalia del loro figlio minore. La vedo riflettere. Indi scuote il capo dicendo:
«No comment!» Mi è venuto spontaneo formulare, ancora un paio di domande, fuori sacco, chiedendole il motivo per cui non l’avesse mollato. Ha risposto che era attratta dalla bellezza delle sue mani, ma soprattutto dalla profonda cultura. (balle, dico fra me.) Infine azzardo con la domanda che mi dà per scontato un secondo “No comment”
«Sono stati i coniugi Quimphèr ad averti suggerito d’avanzare quella proposta!?»
«Sì!» rispose «Soprattutto l’ingegnere, che si era reso conto di non aver eredi maschi.»
«Da dove scaturiva questa sua certezza!» le chiedo.
«Su Maurice si era dovuto intervenire ripetutamente di prostatectomia, prima parziale e poi totale, mentre Michel sottopostosi per mia volontà a delle particolare analisi era risultato non idoneo alla procreazione, sterile, quindi, ma efficace.»
Grata per quel mio secco “NO”, alzatasi sulle sue malferme gambe ribatté: “sotto la tutela di chi, adesso, sarebbe andato a finire il nostro bambino!” E nel tendermi la mano per l’ultima stretta, aggiunse:
«Adieu Jovannì, soi heureux avec ton adorable femme!» (sii felice con la tua adorabile moglie!) ho avvertito un groppo alla gola e mi sono sentito pervaso da un profondo senso di colpa… Con il senno del poi è maturata, sì, qualcosa! Potendo tornare indietro, – pur di non vederla morire a soli trent’anni – oggi direi “SÌ”. Voi lettori piuttosto!? (esprimete la Vostra opinione in un commento) Dopo un breve periodo di tempo, stimabile in due settimane, a distanza di pochissimi giorni, scomparvero nuora e suocera.
Correvano i primi mesi degli anni ’90, quando da Tokyo mi sono sentito per l’ultima volta con Florence. Oggi, nonostante i miei notturni Web surfing, non sono riuscito a mettermi sulla scia dei Quimphèr. Già! Che sbadato!! Confermato da Virginie, era impossibile che ve ne fossero.
Ad maiora!
Gianni D’Amico

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